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Due dozzine di rose scarlatte: raramente una commedia e divenuta cosi emblematica di
un’epoca, di un genere. Tradotta in quasi trenta lingue, rappresentata in ogni parte del mondo, Due dozzine di rose scarlatte e citata qualche volta con ammirazione ed una punta di nostalgia, ma più spesso
con sufficienza o addirittura con disprezzo, come esempio massimo del teatro cosiddetto digestivo
Proprio perché tanto rappresentativi, la commedia ed il suo autore sono stati oggetto di molti, anche approfonditi, saggi critici.
Rammento per tutti quelli di Achille Fiocco e di Alberto Perrini che accompagnano le commedie raccolte nel Teatro di Aldo De Benedetti: leggere i lavori qui pubblicati potrebbe costituire per qualcuno una piacevole scoperta.
Gran parte di coloro che si sono impegnati a dimostrare come, «nonostante tutto», Aldo De Benedetti fosse autore rispettabilissimo hanno
però sostenuto, o almeno lasciato supporre, che certo viscerale odio per il commediografo si possa spiegare in molti teatranti italiani con l’odio per il fascismo e magari tragga origine da una loro acquistata
coscienza democratica. Parrebbe insomma che il giudizio dei suddetti teatranti, anche se troppo severo, sia il naturale frutto di un convincimento politico che ha potuto esprimersi apertamente soltanto dopo il 1945.
naturale frutto di un convincimento politico che ha potuto esprimersi apertamente soltanto dopo il 1945.
Ebbene, i citati signori altro non fanno invece che allinearsi sulle posizioni di molti convinti fascisti degli anni trenta. Allora l’engagement più tardi
invocato da Sartre non s’era ovviamente riverberato sul nostrano «impegno»; ma gli impegnati esistevano, eccome! Non si spiegherebbe altrimenti un godibile articolo dello stesso De Benedetti dal significativo titolo Scusatemi, ma le commedie so scriverle soltanto cosi.... Mi limito
a citarne alcune frasi: «Il pubblico ha sempre ragione (...) Se a volte pronunzia condanne che sembrano ingiuste verso lavori di indiscutibile pregio, vuol dire che a quei lavori mancava, per la loro compiuta
perfezione, l’elemento necessario e indispensabile della teatralità (...) Molti mi consigliano di scrivere qualche cosa di più importante. Non sono mai riuscito a capire il significato di questo consiglio. Per me
ciò che scrivo e importantissimo anche se i miei personaggi sono mossi da fragilissimi fili. Se quei fili divenissero forti e tenaci avrei l’impressione che si fossero mutati in catene ».
Appare evidente - l’articolo è del dicembre 1936 - che le garbate ma ferme parole erano rivolte a coloro che torcevano il naso dinanzi al
successo incontrato pochi mesi prima dalle Rose scarlatte.
La commedia era giunta alla ribalta, nella interpretazione della Compagnia De Sica-Rissone-Melnati, nel marzo di quello stesso anno al
Teatro Argentina di Roma. Una novità sul finire della stagione - trattandosi di una compagnia di allora e non di un teatro stabile di oggi - potrebbe far supporre che De Sica e compagni non riponessero grande
fiducia nel lavoro, il cui titolo appariva da molti mesi nel loro cartellone. La verità e che l’autore consegnò l’intero testo soltanto a febbraio. Che gli fosse veramente mancato il tempo o piuttosto non l’avesse
soccorso l’estro per quel dialogo cosi semplice all’ascolto ma di cosi raffinata scrittura, fatto sta che De Benedetti non si decideva a terminarlo. Alla fine dovette chiudersi per qualche giorno in una camera
d’albergo con carta e macchina da scrivere: ogni sera il segretario della compagnia passava a ritirare le pagine che, all’indomani, gli attori provavano alacremente. Preannunciati fin dal 1935 con pia modesto
titolo, Mezza dozzina di rose scarlatte, i tre atti arrivarono al palcoscenico come Due dozzine di rose scarlatte e tali si sono sempre mantenuti nelle numerose versioni, fuorché in quella francese
dove le due dozzine sono divenute tre. La trama è, secondo lo stile dell’autore, esile e giocata con pochi personaggi. Alberto e Marina, giovani e simpatici, sono sposati da qualche anno. Nessuno dubita della loro
felice intesa, nemmeno l’avvocato Tommaso, caro amico dell’ingegnere Alberto e rispettoso ammiratore della signora. Invece... Nulla di grave, intendiamoci, ma quell’amor coniugale e minato dall’abitudine. Cosi,
quando la donna decide di partire per una breve vacanza, il marito si rallegra subito al pensiero della provvisoria libertà. Ognuno dei due, in fondo, cova la speranza dell’imprevisto, dell’avventura. L’occasione si
presenta addirittura prima che Marina sia partita. Il telefono, galeotto un numero malamente composto, mette in contatto Alberto con una sconosciuta contessa, che l’amico Tommaso garantisce affascinante. E
l’ingegnere decide di non farsi sfuggire l’occasione: ventiquattro rose, scarlatte, accompagnate da un biglietto galante firmato «Mistero», saranno il primo segno d’un assedio amoroso. Ma un contrattempo fa si che
Marina trovi fiori e biglietto, li creda indirizzati a lei e ne rimanga tanto lusingata da non partire e da spingere il marito a rinnovare quotidianamente l’anonimo omaggio. La situazione in breve si fa drammatica e
sfocerebbe in una rottura fra i due se, grazie all’ingenuità del modesto Tommaso, tutto non si ricomponesse per rientrare nell’ordine. Come prima? Ma no! Meglio ancora di prima. Due dozzine di rose scarlatte non
è solo la più bella, ma anche la più rappresentativa commedia di De Benedetti: perché ha tre soli personaggi (la cameriera non ha alcun rilievo) e l’autore, per sua stessa ammissione, aveva terrore dei personaggi
numerosi; perché Alberto e Tommaso sono (come preferiva il commediografo) professionisti di buon guadagno ma non condizionati dal proprio lavoro; perché infine, attraverso un dialogo di sottile mestiere e solo in
apparenza superficiale, si consuma un’intera crisi senza che alla fine rimanga la pia lieve, e antiestetica, incrinatura. Con grande soddisfazione e, in certo senso, con la complicità del pubblico. Al tempo di Due dozzine di rose scarlatte Aldo
De Benedetti era già un autore conosciuto. Dopo alcune prove giovanili aveva scritto con Guglielmo Zorzi - s’usava allora cominciare appoggiandosi ad un autore più. esperto - La dama bianca e La resa di Titì (ambedue
del 1931, Compagnia Merlini-Cimara-Tofano). Sempre la stessa compagnia l’anno seguente gli aveva rappresentato Non ti conosco più, il suo primo clamoroso successo. Erano seguite M.T. Milizia territoriale (1933)
data quasi contemporaneamente da Armando Falconi e da Antonio Gandusio, Lohengrin (1933) nell’interpretazione della. Compagnia Tofano-Rissone De Sica e, scritta in collaborazione con Luigi Bonelli, L’uomo
che sorride ovvero La bisbetica domata in un altro modo (1935, Compagnia Tofano-De Sica-Melnati-Rissone). Specialmente M.T. e Lohengrin avevano testimoniato le migliori e più personali qualità del
commediografo che, navigando accortamente fra l’ironico, il sorridente ed il malinconico, invitava lo spettatore ad accettare in serenità il proprio destino, anche se modesto. Protagonista di M.T. (De
Benedetti aveva combattuto, e valorosamente, nella guerra ’15-’18) e un onesto travet che l’inaspettato richiamo alle armi promuove temporaneamente ufficiale anche nella vita civile; Lohengrin invece, quasi
una parabola, narra la fremente attesa « delle donne che attendono il ritorno d’un certo Dongiovanni assai ammirato nella loro giovinezza, e invece si vedono arrivare quello che costui e diventato cogli anni, un
borghese stagionatello», con la pancetta. Dopo le Rose scarlatte venne Trenta secondi d’amore (1937, Compagnia Falconi-Ferrati-Besozzi) commedia «gaia, ma magrolina» e, notava Renato Simoni, «apparsa
sullo schermo prima ancora che alla ribalta d’un teatro di prosa». Poi, un lungo silenzio.
Bisogna fare un salto fino al 1945 per incontrare nostro commediografo sui palcoscenici italiani, con Lo sbaglio di essere vivo (Compagnia Pagnani-Ninchi). A Lo
sbaglio di essere vivo, una vicenda amara fino dal titolo, tennero dietro molte altre opere, fra le quali spiccano Gli ultimi cinque minuti (1951, Compagnia Pagnani-Cervi), dove tenue e la speranza che
tutto torni come prima per due maturi coniugi, e Buonanotte, Patrizia!
Quest’ultima, rappresentata nel 1956 dalla Compagnia Adani-Ninchi, fu al centro di un caso piuttosto discusso nel mondo del teatro
italiano. Di tono decisamente «boulevardier>>, Buonanotte, Patrizia! suscitò con il vivo consenso del pubblico lo sdegno di alcuni che se la prendevano - come certi censori di venti anni prima - con il
reazionario spettatore italiano, quasi che la commedia non fosse applaudita, oltre che nella Madrid di Franco e nella Parigi di De Gaulle, anche a Mosca, a Leningrado, a Praga.
Ma, per ritornare al lungo silenzio, dal 1938 al 1944 che cosa aveva mai fatto Aldo De Benedetti? Vittima delle assurde leggi razziali,
aveva potuto lavorare solo rinunciando al suo nome e cosi aveva collaborato a soggetti e sceneggiature cinematografiche. Dobbiamo anche a lui, tra i films di quel periodo, i sorridenti Ore nove, lezione di
chimica, Teresa Venerdì e Fuga a due voci oltre a Un garibaldino al convento, a Stasera niente di nuovo ed all’importantissimo Quattro passi fra le nuvole.
Grande onesto amico e servitore del pubblico. Sempre nel citato articolo, egli aveva scritto: «Quando, alla fine dello spettacolo, vedo
gli spettatori avviarsi alle uscite sorridenti e sereni, ho la sensazione di aver compiuto un’opera buona. E questo mi appaga pienamente di ogni mia fatica».
Fra teatro e cinema, almeno due generazioni d’italiani gli sono debitori di molte ore liete. Quando scomparve, nel 1970, si pensò the una
gran folla riconoscente gli avrebbe tributato l’ultimo saluto. Non fu cosi.
Enzo Maurri
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